Brindisi.Venite a vedere l’antimafia dei piedi scalzi (ricordando Renata Fonte)
Questa è una storia che viene dall’antimafia dei piedi scalzi, che non riceve soldi
da nessuno. Arriva da Brindisi, in assoluto una delle città più attive nella
battaglia per la legalità, anche se in Italia non lo si sa. Qui ieri mattina una
scuola superiore ha vissuto momenti di intensità altissima: quando la dirigente
scolastica ha dichiarato la formale adozione da parte del liceo di Scienze umane e
linguistico “Ettore Palumbo” della figura di Renata Fonte, vittima innocente di
mafia. A quel punto Sabrina, la figlia maggiore di Renata, si è alzata in piedi come
a volere dare solennità al ricordo della madre, e tutta l’aula magna, e il prefetto,
e il procuratore capo, e il comandante dei carabinieri e la direttrice del carcere e
ogni autorità e centinaia di ragazzi si sono alzati in piedi anche loro e hanno
applaudito il ricordo della vittima. Forte, sempre più forte. Tre-quattro minuti per
restituire a tutti il senso di una lotta che non si interrompe e non si può
interrompere.
Renata Fonte, per chi non lo sapesse, era giovane assessore alla cultura del comune
di Nardò, in provincia di Lecce. Venne uccisa il 31 marzo del 1984. Sbarrava agli
speculatori la strada verso la devastazione di uno dei posti più belli del
Mediterraneo: il parco naturale di Porto Selvaggio, perla del mar Ionio. Il mandante
“di primo livello” risultò essere un suo compagno di partito (il partito
repubblicano). Grazie alla sua lotta furono comunque emanate le norme che hanno
protetto finora il parco. E per questo ancora restano rancori e risentimenti verso
di lei, accusata di avere bloccato affari che avrebbero dato “ricchezza e sviluppo”
(a calci nel sedere vi prenderei, tuonò un giorno don Ciotti, informato della
vergogna).
Ecco, Maria Serena Oliva, dirigente del liceo, la bandiera della pace affiancata al
tricolore e al vessillo dell’Unione Europea, è una donna che da anni guida la sua
scuola in questo percorso. Nulla qui si improvvisa. Tutto si prepara, con fatica.
Anche la vita di Renata Fonte è stata conosciuta portando cinquanta studentesse e
studenti in pullman fino a Nardò, a vedere e ad ascoltare testimonianze orali.
Perché adottare una persona è un gesto di responsabilità. “Soldi? Progetti? Nessuno.
Tutto questo percorso è costato zero euro, anche la gita ce la siamo pagata noi. Da
anni lavoriamo gratis”. Con lei sono i due esponenti della Scuola di formazione
“Antonino Caponnetto”, che ha fatto da partner per questo progetto. Una è Raffaella
Argentieri, prof di italiano e storia in pensione, alla testa di una battaglia
settennale per ricavare il bellissimo parco urbano “Di Giulio” da un’area
abbandonata da anni al degrado. L’altro è Nando Benigno, che incontrai la prima
volta nel 1982. Da allora, trentaquattro anni ormai, non ha mai lasciato l’impegno
della sua vita: combattere la mafia con la scuola e la cultura. Faceva il prof di
storia e filosofia, ora fa l’oste al porto cittadino. “Soldi? E quali soldi? Tutte
le volte che viene qualcuno a Brindisi pago io, o ci quotiamo. Noi gli euro li
mettiamo di tasca nostra, come abbiamo sempre fatto con le lire”. Scruta sornione,
come a dire “Ma non lo sai?”. Volontari sono anche quelli che lavorano con Anna
Maria Dello Preite, la direttrice della casa circondariale brindisina, che
l’educazione alla legalità la fa con i suoi detenuti, impegnandoli in progetti di
lavoro e di teatro, e che partecipa direttamente alla fioritura delle iniziative
cittadine.
Insomma, scuole e associazioni e istituzioni che fanno antimafia lontano dai
riflettori, senza che nessuno si atteggi a eroe in pericolo (qui nel 2012 uno
squilibrato fece esplodere tre bombe artigianali davanti alla scuola professionale
“Francesca Morvillo Falcone”, uccidendo una ragazza, Melissa Bassi). E che non
ricevono prebende o contributi. E, all’origine del loro ritrovarsi, la storia di una
giovane donna che probabilmente le prebende le respinse in nome del futuro della sua
terra e per questo fu uccisa sotto casa: Renata, avanguardia del movimento femminile
antimafia, questo torrente in piena che passa e lascia alle sue spalle i detriti
dell’opportunismo e del carrierismo. E due figlie, Sabrina e Viviana, che girano
città e paesi a ricordare la madre senza nulla chiedere, ogni volta commuovendosi.
Voi penserete che questa sia l’eccezione, che questo sia il movimento antimafia
“buono” che “comunque c’è”. No, questa è la regola. La ricompensa per chi ci lavora
è l’emozione di quei tre-quattro minuti in piedi. E se ogni tanto non passasse il
“Fatto”, nemmeno ne sapreste nulla.
(scritto sul Fatto Quotidiano del 7 maggio; nella foto, Renata Fonte)
MARIKA DEMARIA
Ho letto con piacere ed emozione questo tuo articolo e colgo l’occasione per ringraziarti nuovamente, caro Nando, per avermi dato la possibilità di conoscere i cuori e gli animi nobili della Scuola di formazione “Antonino Caponnetto”. Sono rimasta affascinata dalla capacità organizzativa, dalla preparazione dei ragazzi, dall’umiltà di chi appartiene alla Scuola. Mi sono sentita subito a casa, tra viaggi in auto costeggiando il mare “perché così Marika è contenta”, grandi chiacchierate e meravigliose mangiate di pesce. E poi molti sorrisi e abbracci sinceri, parecchie risate, tanti racconti profondi che fanno riflettere e un magone al momento dei saluti. Felice di leggere questo articolo, felice di aver incrociato la strada degli amici brindisini.